I dipinti e le sculture di Sawangwongse Yawnghwe costituiscono un’analisi senza compromessi delle economie dei genocidi e dei fattori che le generano. People’s Desire (2018), è un’installazione lunga sei metri composta da 2.500 figurine di argilla, tra cui alcune famiglie, che camminano o galleggiano su barche durante un esodo di massa. L’artista ha qualificato come genocidio i massacri dei Rohingya già nel 2014, collegandoli ai popoli Karen, Kachin e Shan, privati delle loro terre e risorse sotto il regime militare nel contesto della guerra civile più lunga della storia contemporanea.
Which Way to Land? An Open Question about Burma’s Fate (2023) e The Bed of Gold Stream (2024) rivisitano le mappe e le fotografie coloniali della minoranza Shan, rivendicandone la terra, la storia, le risorse e persino i diritti d’autore. In The Prince’s Manual, or: The Complete Idiot’s Guide to Burma Post Coup Revolution (2024), l’artista si interroga sul Myanmar successivo al colpo di Stato del 2021, caratterizzato da bombardamenti aerei, tattiche della terra bruciata, eserciti etnici e lotta rivoluzionaria. Nelle due tele Parallax, l’artista esce dalla Birmania per dedicarsi all’Ucraina, a Gaza e alla Cisgiordania. The Idiot’s Parallax (2025) si presenta come uno schermo, prendendo in prestito i colori dei programmatori. L’opera presenta la decolonizzazione come un evento violento che rivolge la forza esterna verso l’interno, rischiando la violenza autoinflitta. Il soggetto rivoluzionario emerge sia come prodotto della zona del non-essere che della sua violenta rottura.
—Zasha Colah