Uriel Orlow punta a rendere udibile e visibile quello che la storia cerca di nascondere. The Reconnaissance (Paused Retrospect) e The Voice-Over, tratti da Unmade Film (2011-2014), prevedono una visita senza immagini e un’escursione filmata senza suono. Le ambientazioni sono due villaggi palestinesi disabitati fuori da Gerusalemme: Deir Yassin, i cui abitanti furono cacciati o uccisi durante un massacro compiuto da gruppi paramilitari sionisti nel 1948, e il vicino Lifta. In questi luoghi, sono gli edifici abbandonati e le piante a raccontare la testimonianza e il bisogno di giustizia.
Alla Biennale Arte 2026 Orlow sviluppa il proprio dialogo con le piante attraverso cinque progetti. In Herbarium Ghosts (2016-2026) l’artista fotografa i contorni che le piante pressate hanno lasciato sulla carta di protezione, in un’evocazione spettrale della classificazione coloniale e dell’estinzione in corso. Holding the Mountain (2026), un disegno di grandi dimensioni montato su un pannello di piastrelle, rende omaggio al vetiver, utilizzato sull’Himalaya per mettere in sicurezza i versanti montuosi a rischio a causa dei cambiamenti climatici. I brevi video di Dedication II (2021-2026) sono incentrati sul sistema simbiotico tra radici e funghi che permette agli alberi di comunicare.
I progetti all’aperto interpretano la Mostra come contesto di scambio uomo-pianta. Botanical Biennale (2026), una serie di cartelloni serigrafati, indaga le origini di ciò che cresce dentro e intorno ai siti della Biennale. In Reveries of Collective Walkers (Reading to Plants) (2022-in corso), l’artista invita il pubblico a fare letture ad alta voce alle piante. Cosa potrebbe piacere a una pianta? Orlow ci invita alla decolonizzazione botanica come azione etica e di riparazione ecologica.
—Cherry Smyth