fbpx Biennale Teatro 2026 | Mappa .5: MEMORIE - TESTIMONI - RITORNI
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Biennale College Teatro

Workshop di critica teatrale

di Roberta Ferraresi con Massimo Milella
Mappa .5: MEMORIE - TESTIMONI - RITORNI

Come tenere traccia? Perché ci ricordiamo di una cosa piuttosto che di un’altra? Lasciare fuori, trattenere.
Negli spettacoli che abbiamo visto, abbiamo riscontrato delle modalità diverse con cui ognuna ha registrato l’evento. Il teatro, si sa, è per antonomasia l’accadimento che, pur replicandosi, non si ripete mai. 
Davanti a ciò che uno spettacolo può restituire a livello emotivo può cambiare l’attitudine individuale a elaborarlo. Si arriva alla commozione di fronte alla restituzione della memoria di qualcun altro: ed esserne investiti al punto da creare un proprio ricordo sulla base di quel ricordo. Oppure si può improvvisare, come nel jazz, un’attitudine che spesso viene considerata destrutturata e intuitiva, e che invece rivela nella sua pratica tutta la stabilità di un evento condiviso, su cui scatenare la propria sensibilità, il proprio ritmo – se stessi. 
Lasciarsi toccare dalle memorie altrui. 

Chiara Doniselli e Alice Annaluisa Pavanati

Centro Servizi San Giobbe, 9 Giugno 2026.
Alle ore 16 varchiamo la soglia della struttura della casa di riposo. Ci accolgono due specialiste in divisa, la maglia è del colore delle fragole, i pantaloni non ricordo (forse neri?). Sul loro petto un cartellino, ci sono scritti quelli che sembrano essere i loro nomi: Aida e Barbara. Ci accomodiamo in sala d’attesa. Mi siedo a contatto con il suolo, è freddo, il pavimento stempera il caldo afoso che fino a quel momento mi si era incollato sulla pelle. 

“Corridoio”, “Sedia”, “Quadro”, “Muro”, “Bagno” …bagno? No (forse) questa era un’indicazione di servizio. Nella struttura, ora spazio performativo, tutto ha un’etichetta, ogni cosa ha il suo nome. Mi alzo dal pavimento, andiamo verso il giardino, la porta si apre: “Colonna”, “Pilastro”, “Abet”e (anche se credo sia un “Acero”). Nel cortile ci attende la signora Emma, di fianco a lei: “Carrello”, “Annaffiatoio”, “Vaso”. E poi delle “Rose”. Aida la aiuta a tagliarne un bocciolo. 

“Scale”, “Corridoio”, “Sedie”, “Attaccapanni”, “Stanza della comodità”. Un raccoglitore, al suo interno due vite parallele: Guglielmo, un ospite di circa novant’anni, e Maria Stella, seduta vicino a lui, di molte decadi più giovane, intrecciano le loro storie tra racconti e ricordi, immagini che colgono impreparato anche lo stesso protagonista che le racconta in un’epifania. Una clessidra sul tavolo, è finito il tempo.

“Corridoio”, “Sedie”, “Attaccapanni”, “Gerani”. Ci sono talmente tanti nomi, mi coglie d’improvviso un’ANSIA – quella di ricordare. Se tutti questi nomi sono scritti, forse, sono importanti. 
Casa San Giobbe è un labirinto, un attraversamento perpetuo di porte, soglie e confini che senza Matteo, la nostra guida, mi porterebbero soltanto a VAGABONDARE senza meta, alla ricerca di luoghi, finendo poi per perdermi in me stessa. Chissà, magari è a quello che servono tutte quelle etichette: a ritrovare la strada qualora dovessi smarrirmi. Da sola. 

“Chi soffre del morbo di Alzheimer ha forti disturbi della memoria recente, avverte difficoltà di orientamento nello spazio e nel tempo, accusa problemi di concentrazione. Progressivamente tende a perdere l’autonomia”.

Mi sovviene un dubbio: gli operatori come Matteo che fanno da guida, e così Aida e Barbara, sono davvero specialisti o sono attori? CONFUSIONE. 

Marisa, ex stenodattilografa, scrive a macchina. Ha più di novant’anni, ricorda ancora come si fa. Un angelo con le ali di carta semina, al suo passaggio, fogli di cellulosa stropicciati; ne raccolgo uno, carta bianca. Ho deciso di sedermi di nuovo per terra. Il suolo sembra accogliermi in uno spontaneo atto di pura e scomoda gioventù. Di quante storie mi sono nutrita oggi, non vedo l’ora di poterne raccontare così tante anche io. Io che mi sento talvolta come quel bocciolo che Emma ha reciso all’inizio, nel chiostro. Poi penso anche a Sylvia che alla fine dei conti non ha mai smesso di danzare davvero. E a Guglielmo, il quale crede che il vero senso delle lettere d’amore sia proprio quello che, a volte, non ne abbiano uno. 

È la persona anziana l’emblema della perdita della memoria? Della fragilità del ricordo? Portatore del timore di dimenticare e dell’attaccamento alla vita? Quanto l’emotività e la commozione sono causate e spinte da una storia di crescita personale e quanto dalla concezione della terza età come sinonimo di vulnerabilità? Non mi sono cadute lacrime durante Promemoria di Davide Iodice: è anzi cresciuta in me la consapevolezza che il “tramonto”, più che una sindrome, sia un luogo dell’attesa e che ciò che distingue la gioventù dalla vecchiaia non sia la decadenza, ma la quantità di sfumature acquisite nel passare del tempo. Tra me e Guglielmo, per esempio, ce ne sono diverse di differenze.

Antenati: coloro che appartengono a un universo di ricordi e vivono, nel presente, nella propria e nell’altrui memoria. Non vecchi, “Antenati”. Anche noi, in quel fugace passaggio abbiamo forse lasciato una traccia nella memoria di quelle persone. Non è fondamentale che si ricordino i nostri nomi, magari rimarrà solo il dettaglio di un abito sgualcito, di una voce squillante, di un passo meno leggero. Per dirsi memoria non deve per forza essere radicata e, quando viviamo nel ricordo di qualcuno, diveniamo tutti indimenticabili, duraturi e così antenati: “Stiamo diventando antenati e incominciamo a rispondere alle cose essenziali, impersonali e durature”, dice Matteo, la guida. Queste parole mi si incollano sulla pelle, come il caldo, il timore di dimenticarle mi sovrasta e allora le scrivo: PROMEMORIA. 

Adesso che sono arrivata la percezione è leggermente diversa. La gioia e l’euforia per essere qui, alla Biennale, in un laboratorio di critica teatrale sono rimaste; e, ora che è giunto il momento, sento sempre di più che ciò che dicevo alle persone a me care gli scorsi giorni si sta concretizzando totalmente, non è più un miraggio, ma è realtà.

Avere con me il mio fedele taccuino mi dà ancora più carica ad affrontare questa settimana di workshop, se lo avessi dimenticato a casa mi sarei maledetta più che se avessi scordato il bagnodoccia o il caricatore del telefono. E in questi giorni, grazie a questo laboratorio, è maturato in me il desiderio di scrivere della storia dei miei vari taccuini per collegare ognuno di loro a una riflessione sulla critica teatrale.

Il primo è stato quello sponsorizzato da un banca. Sulla copertina, a caratteri cubitali, c’era scritto: WHEN INNOVATION MEETS TRADITION. Questo, a mio parere, è anche ciò che deve – o dovrebbe – fare la critica, e non solo una banca. Tenere conto di ciò che c’è stato di valore, sia nella storia del teatro come della storia della critica, ma anche guardare all’avvenire, scoprire e scrivere qualcosa di nuovo. Le “colonne” e le scene del passato hanno generato dei capolavori; tuttavia, se non si prova a trovare il proprio stile e creare qualcosa di altro – anche sbagliando, con buona probabilità – non si arriverà mai a essere una penna autentica, che può effettivamente dire la sua nel panorama teatrale. 
Uno dei miei più importanti taccuini, che è quello in assoluto più grande e con più pagine, me lo ha regalato mio padre: gli era stato donato, a sua volta, dalla Croce Verde, che è il servizio di pronto soccorso svizzero per cui lavora. È stato un taccuino cruciale anzitutto perché mi è durato più di un anno e, in quel lasso di tempo, ha sentito scorrere tra le sue pagine l’inchiostro dal Festival di Locarno al FIT-Festival Internazionale del Teatro al Festival del Cinema Giovane di Castellinaria, dalla Biennale di Architettura e di Danza di Venezia fino al museo Guggenheim di Bilbao. Questa è la dimostrazione che un taccuino può racchiudere più mondi, e molti altri contesti artistici. Inoltre, ritengo che la critica e la Croce Verde abbiano qualcosa in comune: forse pure la critica può salvare il teatro. Così come la Croce Verde salva vite, la critica potrebbe salvare la dignità dell’arte. 
La critica contribuisce anche a una sorta di “selezione naturale” del teatro. Per esempio, è stata fondamentale negli esordi di Emma Dante. Facendone conoscere l’opera fin dall’inizio, si potrebbe dire in un certo senso che la critica è “venuta in soccorso” della regista, quasi fosse un vero e proprio mezzo ausiliario come lo è l’ambulanza, per sostenerla nel realizzare il suo teatro. 
Infine, c’è il mio attuale taccuino, che anche grazie a questa Biennale Teatro sta per terminare i suoi scrigni di carta. Sopra c’è scritto qualcosa di un po’ diverso rispetto ai precedenti, ovvero Nunca dejes de soñar (“Non smettere mai di sognare”)Ecco, credo che questo non solo lo debba fare la critica – nel senso di continuare a credere e difendere il teatro –, ma proprio che lo dobbiamo fare noi, critiche e noi critici: penso che persistere nel proprio lavoro, senza abbandonare il sogno che ciò che faccio, non sia solo utile ma essenziale. Sotto questa formula, in copertina, sono disegnati tre fiori. Pure loro possono essere una metafora che indica una strada per la critica: non sono rigogliosi tutto l’anno e anzi subiscono i cambi di stagione, ma i più resilienti non lasciano spezzare il proprio stelo; a volte, trema un po’ come la nostra penna, ma si continua a seminare – inchiostro. 
Una volta, la critica forse era un prato fiorito, ora è più simile al famoso fiore nel deserto: era costellata di firme autorevoli di generazioni diverse, da una collettività che nella sua pluralità forniva una visione del teatro; adesso sempre meno persone scelgono di dedicarvisi, anche perché non è più considerata una professione in grado di autosostenersi e contribuire a cambiare il panorama teatrale. Ma proprio per questo va rivendicata la sua importanza contro l’appiattimento culturale, per l’esigenza che, ogni tanto, ognuno di noi ha di capire veramente le cose. 
Come ho annotato su una delle ultime pagine del taccuino su questa Biennale durante un incontro: “Intravedere la possibilità di un pensiero critico e indipendente. Avere strumenti per riconoscere i tranelli ci rende libere/i.” 

Il jazz fa una cosa meravigliosa: si comporta come un’idea. La composizione di un pezzo jazz è un connubio palpitante tra memoria e contrasto: una cellula motivica – ossia un breve frammento ritmico o melodico di poche note, quello che si può definire memoria – è la terraferma del pezzo; su quel suolo nasce il contrasto, quindi la variabile, il giro armonico, variazioni di frasi, riff, accenti. Checché se ne dica stereotipicamente, forse per picca di virtuosismo, il jazz non è prettamente improvvisazione. Il pezzo funziona nel momento in cui la sua identità è così netta da potersi permettere delle variabili. Non è una sovrapposizione di armonie ma una complicità di intenti. L’imputazione d’improvvisata puòd’altronde essere mortificante, se riferita a un genere musicale che nasce – e persiste – come gesto di resistenza, di rivendicazione, come vorace attaccamento alla vita, all’identità; è un cuore che, palpitando, insiste sul vecchio vanto: “io sono, io sono, io sono”.*
La drammaturgia di Cries – concerto creato da Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis – fa una cosa meravigliosa: si comporta come il jazz. La cellula motivica, dunque la memoria dello spettacolo, è fisicamente una terraferma: la terra natia; e poi, spaventosi contrasti: la fuga, la fame, la guerra, la morte, la paura; eppure, la nostalgia, l’amore, il ricordo; due voci, percussioni, tastiera, sax, basso. La variazione terrificante e frenetica di quella terraferma che diventa meno sicura del mare aperto, una terra che è tua eppure ti urla “scappa, perché non so cosa sono diventata”**. Continuano: nessuno va via da casa propria finché quella casa non diventa la bocca dello squalo e, nel pubblico, davanti a me, qualcuno dice: nessuno sceglie di essere una minoranza. Ma – ancora  chi va via sceglie di essere deriso perché l’umiliazione non mutila il tuo corpo come le bombe, chi scappa sceglie di mangiare carta di giornale nel lungo viaggio lontano da casa perché è meglio che seppellire i propri figli, chi scappa lascia indietro ogni cosa, ogni amore, perché è meglio che morire di fame; chi va via sceglie che gli sputi, gli insulti, la solitudine, la fame, la povertà, sono meglio della morte, della guerra, della distruzione totale e in fin dei conti si scappa reggendo nel petto un cuore che palpitando insiste sul fiero vanto: “io torno, io torno, io torno”. 
Nessuno sceglie di essere una minoranza: accade, e si può scegliere di resistere alle conseguenze.
Cries è un concerto-spettacolo dove testi e parole raccolti da Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras – dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis al lamento di Ecuba delle Troiane di Euripide a Brecht, Anagnostakis, Vrettakos, Warsan Shire –  si snodano e si arrampicano sulle note di jazz, soul, influenze pop e melodie tradizionali greche. Così, la cellula motivica che canta di casa è morbida, una tensione armonica elegante, fluida, è una sequenza di velluto: il pianoforte è dolce, i piatti della batteria bisbigliano, il sax sospira; ma nel dolore e nella fuga le variazioni diventano frenetiche, le concatenazioni di riff affannose, doloranti; gli accenti stridono: le percussioni accelerano e diventano tachicardiche, il sax urla e ringhia, e così anche la voce dei cantanti. Ma la melodia torna a casa – alla memoria, alla terraferma, quindi alla cellula motivica – e si riveste di velluto finché non ricorda ancora una volta l’esilio forzato, e le urla.
Tra le nostre sedute in pietra bianca, la dolcezza del ricordo di casa arriva al tramonto, con un garofano rosso, un cinguettio, la nostalgia di una fontana, che accarezza il verde tutt’intorno all’anfiteatro, sospeso tra terra e acqua sull’isola di San Giorgio, al Teatro Verde. 
Qualcuno, tra il pubblico, ha visto una stella cadente. 

 

 

* Da S. Plath, La campana di vetro.
** W. Shire, Home

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