Anna Battistella, Emma Becattini, Stella Bouchard, Rossella Cutaia, Chiara Doniselli, Silvia Guzzi, Linda Jam, Alice Annaluisa Pavanati e Giorgia Valeri: sono le nove partecipanti al workshop di critica teatrale della Biennale College Teatro 2026. Hanno fermato il tempo dei loro percorsi personali per immergersi, da sole e insieme, nel vivo di una intensità di spettacoli, talk, restituzioni, lingue, visioni, mondi, per poi parlarne, scriverne, riflettere: per ritrovarci il giorno dopo intorno a un tavolo, prendendoci un tempo altro, lento o più rapido del solito; condividere e sperimentare insieme idee, esercizi, dialoghi; costruire immaginari collettivi in cui la memoria – e l’oblio – di ciò che abbiamo visto e sentito diventano mappe per orientarsi alla ricerca di senso.
Perché, ancora, pensare e ripensare la critica, provare a raccoglierne l’eredità, immaginarne futuri possibili? Ci siamo chiesti come rigenerarne le pratiche, ogni giorno, e abbiamo provato a farlo, senza la pretesa di esaurire le risposte a queste domande, in particolare attraverso i nostri articoli.
Ognuna delle cinque raccolte qui presentate ha per titolo tre parole. Sono i nomi con cui abbiamo scelto di chiamare le cose che man mano sono affiorate nella nostra interrogazione, individuale e collettiva, sul teatro che abbiamo incontrato, sulla critica che abbiamo sperimentato e su come si possano spostare l’un l’altro, entrando in contatto. Ogni mappa porta il nome di ciò che contiene: destinazioni di pensieri sotto forma di toponimi, tentativi di cartografare i luoghi altri della scena attraversati, sentiti o anche solo intravisti.
Questo materiale fluido viene da un percorso di laboratorio che aveva – e ha ancora, oltre i limiti temporali dell’esperienza – come obiettivo principale quello di tenere traccia di uno spostamento dalla nostra soglia comune, nel dentro e nel fuori del Festival. Allora chiedersi perché fare critica non basta più: piuttosto, diventa importante interrogarsi su come prendersi cura di spazi collettivi di pensiero dall’interno di un’istituzione e di un Festival che sostiene questo intento. E su dove continuare, ancora, a innescare processi critici in grado di raccontare il teatro che (si) e ci sposta.
Roberta Ferraresi e Massimo Milella