fbpx Biennale Teatro 2026 | Traiettorie: TENERE TRACCIA DELLO SPOSTAMENTO
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Biennale College Teatro

Workshop di critica teatrale

di Roberta Ferraresi con Massimo Milella
Traiettorie: TENERE TRACCIA DELLO SPOSTAMENTO

Osservare come si cambia attraverso un festival, prestare ascolto ai vari modi in cui opere, artisti, incontri formano la critica e noi, anche solo con lo sguardo, altrettanto inevitabilmente a nostra volta li modifichiamo. Provare a tenere traccia, ogni giorno, anche collettivamente, di questo spostamento, azzardando, nel rispetto delle differenti temporalità che attraversiamo, anche una qualche forma d’intervento sulle sincronie possibili. Scrivere a voce (alta oppure no), sentendo come i pensieri s’intrecciano in un discorso almeno in parte comune, in un’epoca in cui – ci dicono – è sempre più raro confrontarsi in un contesto di ragionamento allargato e continuativo.
Questo workshop – come accennavamo in apertura nella presentazione – è cresciuto anche e soprattutto attraverso esercizi e pratiche di critica in senso vasto: cioè tramite scritture altre, parallele a quelle qui condivise, non sempre visibili.
Ma c’è dell’altro. 

Roberta Ferraresi e Massimo Milella

La critica teatrale ha a che fare con la mancanza in tanti sensi: a partire dal sentire il momento in cui, quando si comincia a scrivere, si prova a tornare con la memoria a qualcosa di tanto atteso quanto ormai scomparso qual è lo spettacolo; a immaginare tutti i processi di lavoro, di arte, di vita lì sottesi, spesso invisibili dalla platea; a rintracciare più o meno soggettivamente legami con tutto ciò che sta fuori dalla scena, nella storia come nel presente, a cingere l’atto performativo alimentandone il senso. 
Sentiamo che così è, forse, anche per il nostro laboratorio, che per il secondo anno si è svolto durante il Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia. In queste pagine web condividiamo una serie di testi prodotti dalle nove partecipanti al workshop e, tornando a ricordare il percorso con cui abbiamo attraversato Festival, ci troviamo anche noi a fare i conti con cosa manca – cioè con tutto il lavoro svolto insieme in queste settimane, di cui rimane traccia nelle scritture pubblicate. Allora, come la critica parla di sé soltanto tramite le opere che incontra, usiamo lo spazio di questa “cornice” – che si situa prima, dopo, intorno ai testi-esito del laboratorio – per dire di quello che qui, in questa pubblicazione, a prima vista, magari non appare, ma c’è. 

L’anno scorso ci è stato chiesto dalla direzione artistica della Biennale Teatro di condurre un workshop di critica teatrale, che quest’anno è, appunto, alla sua seconda edizione. Fin dal primo workshop nel 2025, pensando a quale senso, ruolo, orizzonte potesse assumere il compito di insegnare la critica nel contesto di una grande istituzione – in particolare in tempi come questi, in teatro e non solo –, abbiamo interpretato l’invito nei termini di una possibilità: quella di verificare le impostazioni, strutture, pratiche del mestiere per provare a vedere come la collocazione di quel lavoro all’interno di un Festival potesse rigenerare la funzione critica, interrogandola ogni giorno. 
In qualche modo, già da prima, ci chiedevamo in che modo questo spazio-tempo, anzitutto di formazione, è differente rispetto alle prassi consolidate nella quotidianità, in che misura è diverso. Nei testi come nei fatti abbiamo provato a rispondere in tanti modi. Ma almeno un filo comune c’è. Nel lavoro quotidiano come nella sua condivisione pubblica ci siamo date una sola, profonda a guidare le varie traiettorie: ripensare, ridire e rifare la critica sempre nell’incontro con gli altri e le altre – all’interno del gruppo, con il Festival, nel confronto con i teatri che abbiamo incontrato, coi mondi che rappresentano e anche con ciò che spesso, dalla scena, rimane fuori.

Del resto, questo è stato l’invito di Biennale Teatro 2026 in tanti, tantissimi sensi. Si è percepito fin dall’inizio, quando è stata raccontata una proposta artistica sostenuta dall’auspicio a decentrarsi per provare a ricentrarci, ospitando artisti e artiste di provenienze, generazioni, anche lingue – sceniche e non solo – molto diverse fra loro. Naturalmente si è visto, anzi esperito, poi in concreto durante il Festival. Ma, in quei giorni, è emerso un ulteriore livello di incontro con l’alterità, proprio dagli spettacoli in cartellone e anzi dalla loro messa in relazione all’interno del programma. Man mano, esploravamo visioni etiche ed estetiche che, pur nella loro diversità, condividevano una questione importante, decisiva: una concezione del teatro come luogo della collettività dove è possibile esercitarsi insieme nell’elaborazione del trauma, per mettere le persone che vi assistono in contatto chi non c’è più (o non c’è ancora), con la scomparsa e l’invisibilità, anche sull’orizzonte dei conflitti che sempre più trafiggono la realtà in cui viviamo. 
Infine, si è dischiuso un ulteriore piano di confronto con l’alterità. Oltre a delineare le arti performative come spazio di incontro fra persone differenti che vivono ciascuna in un proprio contesto, artistico e non solo, o di condivisione della memoria come strumento per rivedere, riscrivere insieme la Storia attraverso la specificità delle diverse storie, la scena si è proposta anche come un luogo possibile, vertiginoso e molto concreto, di immaginazione collettiva. 

Durante il concerto di Angélique Kidjo al Teatro Goldoni, il pubblico ha abbandonato la comodità delle poltroncine di velluto, ha iniziato a cantare e, a un certo punto, muovendosi libero in platea, anche a ballare; spettatori e spettatrici, peraltro in una delle sale più antiche della città, hanno così potuto sperimentare un modo molto differente dal solito di fruire (o “fare”) il teatro – e noi fra loro, con loro. In Star Returning – Venice di Lemi Ponifasio, una sola presenza può contenere immagini innumerevoli, così che una schiena umana, mostrata all’inizio e poi ancora e ancora, può essere al contempo albero, farfalla, oppure, forse, una faccia troppo larga (del teatro?) che scruta la platea  e molte altre cose ancora, almeno quante le persone in platea se ne possono figurare. Vedere cose diverse, farne esperienza insieme, comprendere il teatro come ambiente in cui possono coesistere, temporaneamente unite nella molteplicità, infinite visioni – e storie, vite, persone –, spesso fra loro estranee, è una lezione importante da ricordare, soprattutto di questi tempi. Anche per la critica.
Erano gli ultimissimi giorni di Festival, che per la forza della contingenza sembrano trovare a livello esplicito meno spazio nei testi-esito di questo workshop. Invece, a guardar bene, pare che le opere, gli incontri, le questioni lì attraversate abbiano informato il nostro lavoro a un livello profondo. Anche nelle scritture: se non direttamente nei contenuti, nelle posture che sono state via via adottate, appunto nelle fasi finali della messa a punto degli articoli, della loro revisione e della loro raffinazione per questa pubblicazione. 
Laddove l’arte viene mostrata come un tramite per creare altri mondi possibili, se non migliori almeno differenti rispetto all’esistente, il Festival si chiude, ma al contempo riapre, indicando orizzonti di alterità ulteriori che hanno a che fare con ciò che accadrà. Anche per il nostro laboratorio.

La critica abita lo stesso luogo del teatro, ma è nata altrove. Attraversa mondi diversi, rimane specialista dell’alterità e forse vive davvero se si sperimenta sempre altra rispetto a ciò che è già stata. 
Lo scrivevamo mesi fa, in primavera. Lo sapevamo dall’anno scorso (e forse, singolarmente, da prima, pure da molto prima); ma quest’anno, appunto, è diverso. Già nella fase di preparazione del laboratorio, sin dai primi ragionamenti intorno a questa Biennale Teatro, era sorto il desiderio di verificare come l’esperienza individuale e soprattutto collettiva del Festival ci avrebbe cambiate o, meglio, spostati: di provare a comprendere come il teatro – e quindi l’incontro con gli altri e le altre – sposti, faccia cambiare la critica giorno per giorno.
Avere la fortuna di lavorare, nella pratica del workshop, in un tempo stretto quanto intenso, con numerose persone di provenienze diverse, ma soprattutto di destinazioni – a vari gradi di chiarezza – molto varie, è una condizione che naturalmente conduce a pensare al cambiamento individuale e collettivo, nonché al futuro (del teatro, della critica, di “noi”). Così, misurare gli spostamenti è diventato il pensiero che ha guidato la nostra azione quotidiana.

Quella che pubblichiamo in questo spazio online è una raccolta di “mappe”, sulle quali ciascuna delle partecipanti al workshop ha segnato i propri punti di partenza, di arrivo, di sosta, ritessendo ogni volta una relazione fra il sé e i teatri che abbiamo incontrato. Compaiono chiaramente gli approdi – come ben si vede nei titoli delle diverse sezioni –, ma non i “sentieri di mare”, cioè le traiettorie e le rotte che li hanno raccordati: tutte quelle esperienze vive che, attraverso il Festival e il laboratorio, ci hanno condotti da un punto a un altro, singolarmente o insieme, e da cui questi articoli sorgono, sono – talvolta ai limiti della visibilità – negli articoli e fra di essi, contenuti in forma di indizi. Come nella cartografia, gli itinerari percorsi quasi scompaiono al momento della loro cristallizzazione su carta; rimangono però, come segni, nei corpi di chi ha compiuto quel viaggio e, in quanto impronte, nei testi, come invito a chi, al di là di noi, vorrà ripartire da lì per intraprenderne altri. 
È su queste tracce dei cambiamenti accolti durante il laboratorio e il Festival che è forse possibile interrogarsi su come potrebbe diventare la critica se intesa come un’azione in continua metamorfosi.
I testi che avete letto, state leggendo o leggerete sono una parte del percorso che abbiamo fatto, da sole e insieme, durante il workshop – una sua parte importante, che difatti abbiamo deciso di condividere in forma pubblica. Nell’insieme, non ne rappresentano il risultato e, in fondo, nemmeno un vero e proprio “esito”, come l’avevamo chiamato lo scorso anno. Questi articoli si possono considerare, semmai, delle restituzioni delle esperienze attraversate, molto varie fin dalle premesse, a seconda delle persone che le hanno vissute, osservate, analizzate, messe in forma e poi, ora, condivise. 

Le scritture che pubblichiamo, del resto, oltre a essere state create ed affinate dalle loro autrici sono anche espressione di altro. Le partecipanti al workshop hanno compiuto un passo ulteriore in termini di autonomia, arrivando a organizzare insieme i contenuti che presentiamo. Si tratta di uno slittamento forse piccolo, ma decisivo se lo si considera come un atto di responsabilità critica condiviso. È accaduto, infatti, che le persone che stavamo accompagnando si siano appropriate degli esercizi proposti, per trasformarli in pratiche critiche, estendendone i possibili effetti, quindi, anche altrimenti e altrove, in un certo senso nel futuro. Lì, abbiamo capito che lo spostamento è stato anzitutto il nostro: quando abbiamo compreso che i maestri e le maestre non sono altro che i veri e propri strumenti della critica, nel momento in cui, dopo aver avviato una maieutica possibile, si mettono finalmente ai margini e cedono spazio; operano, operiamo, così, una precisa scelta in termini di fiducia, che si ripone non nell’aderire più o meno singolarmente a un elenco di risultati attesi, ma nel coltivare una sensibilità di gruppo che sia condivisa, costruttiva, concreta.

In conclusione, è possibile che nessuna misura precisa di questi spostamenti possa essere misurata adesso. Ed è probabilmente importante che i loro effetti, nelle persone che hanno preso parte al laboratorio – noi incluse – ritornino a essere personali, privati, anche, se si vuole, segreti. È giusto così. Affinché chi conduce – per seguire l’indicazione di tanti attori e attrici che abbiamo visto in scena durante questo Festival come nel precedente – possa farsi autenticamente tramite di un sapere come quello teatrale, incentrato sulla presenza, sull’incontro, sull’essere-con, sulla messa in relazione fra passato e futuro: che può continuare anzitutto perché scompare, che si conserva tramite il suo costante mutare nel passaggio fra una persona e l’altra.
È il “qui e ora” a cui di norma si associa l’esperienza della scena a suscitare quel senso di mancanza che a prima vista pare condizionare – e a lungo in contesto europeo ha limitato – il ruolo del teatro nella cultura, nella società e nella storia. Ma, appunto, a conti fatti, l’arte performativa, così come tutto ciò che le ruota intorno, è tutt’altro che effimera, ed è proprio il suo continuare a essere anche sempre “non qui, non ora” a generare questo tipo di capacità quasi premonitrice, molto concreta, di incidere sul passato come sul futuro. 
Onestamente, l’esito di un workshop di due settimane – un tempo breve e lungo simultaneamente –, fatto di numerosi esperimenti, tante scritture e ancor di più incontri, esercizi solo saggiati e pratiche appena avviate, può consistere esclusivamente nell’innesco di un laboratorio più esteso, in cui gli spostamenti individuali e collettivi si riescono a misurare su un tempo altro: differente per ciascuno di noi, ma che sicuramente trascenderà il limite delle esperienze condivise in presenza finora, oltre i confini di Biennale Teatro. Forse risiede in questo atto di incrollabile fiducia nel futuro l’unico modo per tenere traccia dello spostamento, nel desiderio di vedere gli effetti di quanto, finora, è cominciato. 

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