Forse mai, prima d’oggi, il cinema aveva dovuto affrontare trasformazioni così profonde da rischiare di diventare irriconoscibile. Non il passaggio dal muto al sonoro, e neppure il salto dall’analogico al digitale avevano fatto sì che venissero meno i presupposti che erano serviti a fare del cinema sin dalla sua comparsa la più compiuta ed entusiasmante modalità di rappresentazione del mondo. Eppure, sono stati cambiamenti profondi e radicali che hanno inciso sul linguaggio, l’estetica e le modalità produttive nel loro insieme, contribuendo all’impatto senza precedenti sulla nostra capacità di percepire il reale e di rapportarci ad esso. La rivoluzione cui abbiamo il privilegio di assistere oggi, che al momento sembra generare più panico che aspettative positive, si definisce con un termine - già contestato da alcuni - di Intelligenza Artificiale. La sua applicazione in ambito cinematografico è ancora piuttosto limitata e in larga misura volta a sostituire il ricorso agli effetti speciali digitali che da oltre un ventennio costituiscono l’irrinunciabile bagaglio strumentale di ogni produzione filmica (a costi più contenuti e risultati ancora più stupefacenti), ma non si può dubitare che il suo impiego sia destinato a diventare ben più invasivo e determinante, aprendo una nuova, sconfinata e in assoluto ancora inesplorata frontiera alla creatività autoriale.
È pur vero che di Intelligenza Artificiale si parla in realtà tantissimo al punto da farne un luogo comune della pubblicistica contemporanea, anche se gran parte dei discorsi ricorrenti sono improntati ad una diffidenza di fondo, frutto più di una superficialità di approccio che della capacità di definirne i contorni e approfondirne le potenzialità. Se ne parlerà in diverse occasioni anche durante questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, senza pregiudizi e con l‘attenzione che merita uno strumento talmente innovativo da lasciar presagire un impatto di proporzioni storiche sull’intero genere umano. Un documentario italiano - che non nasconde la sua natura di opera interamente generata dall’IA benché sotto l’impulso e il determinante controllo creativo del suo autore - e un simposio di alto livello per il profilo dei suoi partecipanti, sono due momenti (non gli unici) destinati a convogliare l’attenzione sulle potenzialità creative e artistiche di un’innovazione destinata a surclassare l’impatto avuto dalla rivoluzione industriale della seconda metà dell’Ottocento sull’intero consorzio umano.
Una delle numerose domande che emergono in questo contesto è se il cinema, che per un secolo intero e intere generazioni di spettatori, “è stato il mondo” (per dirla con tanti, tra i quali Leonardo Sciascia), possa continuare ad essere tale. Possa cioè non smettere di essere il nostro più importante strumento di conoscenza della realtà e di noi stessi, la finestra attraverso la quale assumiamo consapevolezza degli avvenimenti più significativi della contemporaneità, filtriamo la nostra comprensione della storia, della geografia, della cronaca e della politica, ci immergiamo negli abissi del mistero che è l’essere umano e ci solleviamo dalla quotidianità nel tentativo di comprendere e rappresentare la dimensione del trascendentale che ci sovrasta. Molti dei film che compongono il programma di questa 83.a Mostra del Cinema mi sembra possano offrire più di una indicazione positiva, utile a sciogliere il dubbio. Pronti a scommettere, con Esther Kinsky, che il cinema continuerà ad essere quel luogo di aspettative raramente deluse nel quale siamo cresciuti, dando forma alla passione che ancor oggi ci spinge a credere nel suo futuro.