Venezia 83
Due fenicotteri, nella Laguna, in notturna. Riusciamo a scorgerli, nonostante il buio, perché li accarezza un fascio di luce. Non la luna, ma un faro cinematografico, quello che nel gergo dei capocomici è “l’occhio di bue”. Ed è nelle pieghe di questo artificio che si nasconde la magnifica illusione del cinema, dove la finzione si fa verità, giammai realtà.
Mostra, e non Festival, dunque, già a partire dal raffinato manifesto di Manuele Fior, immagine dell’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Mostrare significa selezionare, custodire, rivolgere lo sguardo contemporaneamente a ciò che è stato e a ciò che ancora non è. Scegliere cosa sottrarre al buio e portare al nostro sguardo, e cosa lasciare ai margini dell’inquadratura. È in questo spazio, sospeso tra memoria e possibilità, che La Biennale continua a costruire, giorno dopo giorno, il proprio lavoro.
La Biennale di Venezia ha esattamente l’età del cinema e la sua Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica si avvicina al secolo di vita, un osservatorio straordinario dal quale assistere all’incessante divenire del linguaggio filmico. In questo tempo il cinema ha conosciuto il sonoro, il colore, il digitale, l’avvento delle piattaforme e, oggi, l’Intelligenza Artificiale, già parte delle nuove forme di produzione e diffusione delle immagini. È cambiato il modo di fare cinema ed è cambiato il modo di guardarlo. E la Mostra ha attraversato questi mutamenti conservando la propria cifra, senza porre veti né tracciare confini preventivi, ma riconoscendo il cinema laddove accade, sempre attenta a mantenere come perno la qualità della ricerca e la centralità degli autori. Cambiano insomma le tecnologie, i dispositivi, le forme della produzione, le abitudini del pubblico. Ma resta la necessità di scegliere cosa mostrare. E, forse, anche la responsabilità di illuminare ciò che altrimenti rischierebbe di restare nell’ombra. Anche quest’anno la selezione ufficiale – e le altre sezioni che negli anni si sono via via aggiunte – testimoniano un’offerta vastissima di geografie, storie, immaginari e Paesi, attraverso gli autori di pellicole che attirano come in ogni edizione appassionati di tutto il mondo. E in un momento così complicato per il pianeta, assistere a un incremento della richiesta di accrediti culturali e professionali rispetto agli anni precedenti, attesta il desiderio tutto umano di continuare a costruire, progettare, pensare, sognare.
La Mostra si apre con l’omaggio doveroso a un grande autore, Tinto Brass. Il suo Col cuore in gola, parte della sezione Venezia Classici, è pertanto restituito allo sguardo del presente. Così come le altre diciannove pellicole presentate nella stessa sezione in anteprima mondiale, restaurate da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. E se il cinema necessita di memoria, ha altrettanto bisogno di pensieri e occhi freschi.
Ecco allora l’importanza del College, il laboratorio di alta formazione internazionale lanciato dalla Biennale alla Mostra del Cinema del 2012, che a questa 83. Mostra presenterà quattro nuovi lungometraggi selezionati, sviluppati e prodotti nell’ambito della quattordicesima edizione, 2025-2026, della Biennale College Cinema. Ciascun progetto è stato realizzato con un sostegno di duecentomila euro, una cifra che nel sistema produttivo cinematografico definisce questi lavori come film a micro-budget, ma che nel limite di una piccola produzione trovano la forza e lo spirito che contengono un mondo intero.
Ed ecco di nuovo i fenicotteri nella notte, ecco la luce che imita la luna, e l’acqua della Laguna che lambisce la silhouette familiare del Palazzo del Cinema, con le sue bandiere al vento, alcune delle quali – dai luoghi remoti – in guerra tra loro.
La Mostra è, in fondo, quel fascio di luce. Tiene insieme i maestri e gli esordienti, la pellicola restaurata e il film che sta nascendo, la memoria e il futuro. Il cinema – arte tra tutte la più industriale, prossima alla fornace di Efesto – è il dio ignoto. Ed è per questo che, ogni anno, si torna al Lido. Per guardare, nell’avamposto irriducibile dell’esperienza collettiva del buio, ciò che il cinema decide di illuminare. E sempre sulle ali dell’immaginazione.