Questo film racconta la fine dell’umanità. Non la fine della borghesia come raccontavano le vecchie avanguardie, non solo cinematografiche, ma proprio la fine dell’umanità; per insipienza e pigrizia, per intima miseria, per non avere più nulla da proporre […] Corpi sfatti, maleolenti e rumorosi, paesaggi quasi lunari, luoghi degradati, schiacciati dal cielo, citazioni sotterranee di vecchi capolavori del cinema (Ford e Pasolini, le comiche, il neorealismo o i classici del gangster movie): insieme alla fine dell’umanità, Lo zio di Brooklyn racconta anche la fine del cinema. […] Carmelo Bene chiamava Ciprì e Maresco “gli scoreggioni”, e però li amava moltissimo, perché ci vedeva la genialità e anche l’aspetto comico del tragico, le cose portate fino all’estremo, inaccettabili dal buon gusto. Vedeva nel loro lavoro la grandiosità del sacro. Ciprì e Maresco hanno capito che bisognava entrare nel comico e nel macabro, non nel realistico, che hanno evitato come la peste. Persino le cose più banali come certi tramonti di paesaggi sulle macerie della città o sulla campagna sono metafisici, senti il sacro, avverti la domanda, l’inquietudine. […] Una inquietudine che era rara nel cinema italiano. Ecco, forse ce l’aveva Rossellini […]. Viaggio in Italia, Europa ’51 sono film che in Italia la gente non capiva perché il cattolicesimo italiano – con rare eccezioni – non è mai stato un cattolicesimo metafisico, è sempre stato un cattolicesimo terragno e condizionato. In questo consiste la grandezza del cinema di Ciprì e Maresco.
Goffredo Fofi