ALTER native, titolo del 54. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, contiene già in sé la tensione fertile dell’idea da cui è partito il suo Direttore Willem Dafoe. Se alter nella sua radice latina è l’altro, inteso come rapporto a due, e dunque dialettico, di opposizione e differenza, native – invece – chiama in causa l’origine e l’appartenenza culturale.
Una oscillazione semantica nell’insieme, questa, che diventa anche una parola ben precisa: alternative. Una dualità differente e deviante rispetto allo standard che va a sancire la natura di un Festival rivolto al teatro inteso come urto antico e attuale dell’umano, un istinto remoto e sempre presente, capace di rigenerarsi proprio tornando alle sorgenti del rito, della comunità, della compresenza dei corpi – degli attori e del pubblico – e della trasmissione di una conoscenza che passa prima di tutto attraverso l’esperienza.
Il teatro come il luogo in cui tornare alla verità dell’incontro umano, questo è il Festival di Dafoe. L’attore in scena e la relazione viva con il pubblico diventano strumenti, infatti, per recuperare un vissuto condiviso, per un’arte che accade nel tempo e nella presenza, nella relazione irripetibile tra chi crea e chi assiste.
In un tempo in cui la realtà appare sempre più frale – esposta com’è alla dispersione delle narrazioni e alla proliferazione di video e immagini che la sfidano e mettono in dubbio – il teatro riafferma la forza della percezione diretta, di una assoluta e concreta riconnessione. Il corpo dell’attore, la sua esposizione, e persino la sua vulnerabilità costruiscono un campo di verità incarnata, frutto diretto dell’intensità di un vissuto comune nel qui e ora, dove possiamo finalmente guardare con occhi freschi ciò che pensavamo di conoscere. Non a caso Dafoe come esergo del suo programma ha scelto un verso di T. S. Eliot: “Noi non cesseremo l’esplorazione / E la fine di tutto il nostro esplorare / Sarà arrivare dove iniziammo / E conoscere il luogo per la prima volta”.
In queste parole si condensa il senso profondo di ALTER native come vero e proprio strumento conoscitivo che nell’attraversare linguaggi, geografie e tradizioni, riconduce a ciò che credevamo di sapere già, rivelandolo improvvisamente nuovo.
Nella attività di ricerca svolta in questo ultimo anno, Dafoe ha insistito sulla necessità di rivolgere lo sguardo verso forme teatrali spesso al di fuori dai circuiti consolidati, per incontrare pratiche ancora radicate in una dimensione umanistica e comunitaria, dove il teatro contribuisce alla trasmissione, alla meraviglia, alla costruzione di senso, alla catarsi. È in questa prospettiva che il programma si compone come una costellazione di esperienze e contesti culturali molto diversi, in grado di restituire al teatro la sua necessità originaria.
Il Festival si muove così tra artisti e compagnie in cui la scena conserva qualcosa di essenziale, persino di irregolare: alla perfezione levigata si risponde con il rischio tutto di autenticità di un gesto segnante. E Dafoe lo dichiara con chiarezza quando contrappone alla sovrapproduzione degli ultimi decenni uno “spirito amatoriale” inteso come condizione fertile per l’inedito.
È nelle crepe – nelle dimensioni più periferiche e libere – che l’arte respira davvero. All’interno di questa visione si collocano anche i riconoscimenti assegnati a Mario Banushi, Leone d’Argento, e a Emma Dante, Leone d’Oro alla carriera, che nel loro personalissimo percorso condividono i temi della famiglia, del lutto, della memoria, della violenza, di una dimensione rituale del dolore e della trasformazione. La trilogia Romance Familiare di Banushi, presentata integralmente a Venezia, e la nuova creazione di Emma Dante, I fantasmi di Basile, si inscrivono proprio in questo orizzonte, dove il teatro torna a essere un dispositivo tutto di verità.