Con Demetra in esilio ho voluto rielaborare in chiave contemporanea il mito di Demetra e Persefone. Mi sono ispirata ai racconti fiabeschi che il poeta tedesco Heinrich Heine scrisse immaginando il destino degli dei pagani dopo l’avvento del cristianesimo, raccolti in un libro dal titolo Gli dèi in esilio.
Ritengo affascinante il mito di Demetra e Persefone per diversi motivi. Mi ha sempre colpito l’idea che il passaggio delle stagioni, l’ordine stesso delle cose, dipenda, nel mito, da qualcosa di così umano come il rapporto tra madre e figlia.
C’è poi un aspetto che riguarda unicamente il mondo delle immagini: l’apparizione e la sparizione di Persefone mi hanno sempre ricordato il rapporto, proprio del cinema, tra ciò che vediamo e il fuori campo.
Nella scrittura ho avvicinato il mito alla realtà della mia vita quotidiana, immaginando un’estate infinita e soffocante nella città in cui vivo, in cui l’inverno appare come un presagio doloroso per una madre, mentre una figlia trova la propria strada seguendo il richiamo della sua ricerca artistica.
Se il mito originario si fonda sulla ciclicità, nel film ne traspongo la struttura nella forma del loop: le giornate di Lia, scandite dalla cura di Daria, si ripetono con piccole variazioni, lasciando affiorare, sotto la superficie della routine, un progressivo disfacimento emotivo che conduce verso un esito inevitabile.
Soffermandomi sui gesti del quotidiano, ho costruito un’atmosfera sospesa e allucinata, in cui il tempo sembra dilatarsi e il cambiamento appare prima impossibile, poi inevitabile. Al centro del film resta il desiderio di Lia, la forza invisibile che la spinge verso il proprio destino.