Tijuana è una città giovane e in rapida crescita, diventata un importante crocevia della migrazione, dove persone provenienti da tutto il mondo si trovano a transitare alla ricerca dell’American Dream. Ma la sua posizione geografica ha fatto sì che il cinema ne restituisse spesso un’immagine distorta, avvolta in una rappresentazione violenta e lontana dalla realtà.
Uno dei miei obiettivi era raccontare Tijuana attraverso la mia percezione, insieme intima e straniera. Partendo dalla mia esperienza e dalle mie inquietudini di immigrato queer, Tijuana, todavía è diventato naturalmente la storia di due uomini che s’incontrano nel mezzo del loro percorso emotivo, bloccati al confine. La loro storia rappresenta, per me, la capacità umana di creare un significato proprio nel luogo in cui ci siamo smarriti. Mi riconosco in Chava, che prende forma attraverso la presenza fisica ed emotiva di Humberto, e nel suo incontro con Maksim, ispirato a sua volta a una versione più giovane di me stesso. Un’ulteriore fonte d’ispirazione è stato il mio caro amico Anatoly Fedorov, che, come Maksim, ha lasciato San Pietroburgo dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Nel film, l’uso della comunicazione digitale va oltre la semplice funzione di dispositivo e diventa qualcosa di essenziale, vissuto. Attraverso le vite intrecciate di Chava e Maksim, il film vuole esplorare un nuovo spazio per il cinema queer ambientato in Messico, dove le nostre storie sono spesso ridotte a stereotipi o convenzioni legate al trauma. Come passo verso una possibile reinvenzione, proponiamo di esplorare le nostre ferite condivise attraverso il modo in cui le trasformiamo: per crescere, per amare e per il desiderio di continuare a esistere.