Per me l’acqua incarna una forza profondamente ambivalente: materna e abissale, purificatrice e destabilizzante. Proprio perché racchiude simultaneamente queste contraddizioni, diventa un modello multidimensionale: un mezzo per simulare stati alterati di coscienza, una struttura per l’indagine sensoriale e uno strumento attraverso il quale immaginare la guarigione dai traumi e la meditazione. Ulrica è concepito per portare questo “attraversamento di soglia” cosciente, sensoriale e spirituale sulla terraferma, in un ambiente spettacolare.
Queste qualità si sono approfondite grazie alla mia esperienza subacquea. Sott’acqua, il suono viaggia a una velocità quattro volte superiore rispetto all’aria e la densità dell’acqua favorisce le basse frequenze, creando un campo acustico avvolgente, simile a un grembo materno. La vista subacquea, inoltre, stravolge la percezione a cui siamo abituati: la rifrazione distorce la scala e gran parte dello spettro cromatico viene assorbita. L’acqua funge anche da portatrice di memoria e storia. In condizioni di lento decadimento, l’oceano conserva tracce non documentate del passato: relitti, rovine e resti. Su scala planetaria, l’acqua è anche testimone silenziosa di spostamenti tettonici e del lungo arco evolutivo delle specie.
Ulrica mette in scena questo “centro dimenticato” come spazio teatrale: uno spazio in cui gli esseri umani ritrovano la comunione con altre forme di vita e ristabiliscono il legame con il trauma e le proprie radici ancestrali. Incontrando l’acqua come serbatoio di emozioni e di un tempo profondo, Ulrica lancia un appello ambientale che non ribadisce la crisi ecologica, ma apre la strada a una profonda consapevolezza del mondo come nostro Eden collettivo.